Il migliore amico dell’uomo – sacrificio e perseveranza

Mi succede spesso di provare nostalgia per epoche mai vissute. Penso sia normale per chi ha studiato e conosce – senza prendermi meriti, perché non la conosco in modo esaustivo – la storia. E mi capita di provare ammirazione o empatia per esseri umani o animali mai conosciuti. Oggi scrivo di loro. Di alcuni di loro. Di alcuni di questi animali. Di questi cani. Loro che forse hanno più di chiunque altro impersonato lealtà e dedizione meglio di qualunque persona. Due vere storie di sacrificio, resistenza e perseveranza.

Hachiko è uno di loro.

Hachi, che in giapponese significa “otto”, segno di buon augurio, era un cane di razza Akita, un maschio di colore bianco, nato nel 1923; Hidesaburō Ueno, professore universitario che insegnava agronomia, il suo padrone da quando Hachi aveva due mesi.
Chi ha avuto modo di studiare la cultura giapponese o conoscerla anche solo un po’, questo è il mio caso (benché io non abbia mai visitato il Giappone), saprà che si tratta di una cultura dove concetti sociali e morali come l’onore, la lealtà e la fedeltà sono molto importanti. A volte anche troppo per me, trovo che in certi casi sono sentimenti vissuti quasi in maniera esagerata. Ma non per Hachi. Quelli di Hachi erano giustificati da una missione.

Ogni giorno il cane accompagnava il suo padrone alla stazione, presso la quale doveva forzatamente passare dal momento che per andare a lavoro faceva il pendolare. E ogni giorno Hachiko tornava a prendere il suo padrone verso le cinque di sera, quando Ueno rientrava.

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Hachi in una fotografia scattata alla stazione, contornato da persone che lo conoscevano per via della sua routine quotidiana. For illustration only. Source: animales/pirata-el-fiel-perro-que-espera-todos-los-dias-a-su-amo-fallecido-al-igual-que-hachiko

Un giorno Ueno morì improvvisamente stroncato da un ictus durante una delle sue lezioni universitarie, il 21 maggio del 1925. Hachi, forse incapace di comprendere pienamente la morte come la comprendiamo noi, ma capace di comprendere la lealtà probabilmente meglio di noi, lo attese invano quel giorno. E il giorno seguente. E quello seguente. E quello dopo ancora. Per dieci anni, senza mai mancare un giorno, Hachi era lì, alla stazione. Contornato da un sacco di persone meno quella che lui voleva al suo fianco, ma che in un modo o nell’altro era sempre con lui.

L’8 marzo del 1935 si chiudeva una delle storie più semplici e belle che sono state e potranno mai essere raccontate. Una storia d’infinita e reale devozione, per quanto questa stessa storia ci dimostri che il finito è altresì, estremamente reale. Hachi si spense per filariasi e venne ritrovato in una strada di Shibuya, cornice di questa meravigliosa vicenda. Per dodici anni, i primi due con Ueno e i successivi dieci da solo, Hachi non smise mai di aspettare il suo padrone alla stazione di Shibuya.

Malgrado Hachi, come il suo padrone, era e sarà confinato per sempre alla sfera del finito, è diventato immortale grazie ai film, i libri e le statue dedicate in suo onore.

Siamo nell’ottobre del 1957, e questa che vi documentiamo è una storia vera. Ma non è la storia dei tre scienziati. È la storia dei quindici cani.

Come per Hachi, un’altra storia di lealtà e dedizione canina ha toccato la cultura giapponese. Questa vicenda è forse meno conosciuta di quella del cane di razza Akita, ma non meno meritevole di attenzione. Quando l’ho scoperta ho letto quello che ho potuto trovare e reperire su internet in merito a questi fatti, e ho guardato i due film dedicati alla vicenda.

Siamo nell’Antartide degli anni ’50. Una muta di 15 cani da slitta viene abbandonata in Antartico durante la prima spedizione antartica giapponese con finalità scientifiche, la JARE (Japanese Antarctic Research Expedition Program). Nel gennaio 1957, la spedizione si stabilì costruendo la stazione Syowa (“Showa”) nell’East Ongul Island (Lat. 69°00′ S; Long. 39°35′ E), in Antartico. Secondo i piani, la spedizione sarebbe dovuta durare un anno.

Il team era composto da 11 ricercatori e una muta di 15 cani da slitta, tutti maschi, di razza Sakhalin Husky (una razza conosciuta in Giappone come Karafuto-ken): i cani erano Aka, Goro, Pochi, Moku, Kuro, Pesu e Kuma da Monbetsu, Riki, Anko, Deri, Jakku, Shiro e Kuma da Furen, Taro e Jiro.

Nel febbraio 1958 la spedizione di 11 ricercatori doveva essere sostituita da un altro team di scienziati-ricercatori, motivo per cui fu inviata la rompighiaccio Soya per dare il cambio agli scienziati della base. Un’improvvisa tempesta bloccò la nave tra i ghiacci, lontano dalla base giapponese; la nave venne assistita dalla rompighiaccio della Guardia Costiera degli Stati Uniti, la Burton Island, ma l’arrivo del secondo team alla base giapponese fu sospeso. Fu di conseguenza deciso di evacuare anche la base giapponese e gli 11 scienziati giapponesi vennero portati via in elicottero, ma non fu possibile evacuare i cani. Si decise di lasciare i cani incatenati all’esterno della base con scorte di cibo per una settimana circa, con l’idea di recuperarli al più presto.

Per mancanza di carburante e per il deteriorarsi delle condizioni meteorologiche, che avrebbero messo a rischio vite umane, venne spiegato che il recupero dei cani era impossibile, e al ritorno in Giappone la spedizione fu pesantemente criticata per l’abbandono dei cani.

Nel luglio 1958 venne eretto un monumento per ricordare il sacrificio dei cani. Nel frattempo, giù in Antartico, alcuni cani della muta erano riusciti a liberarsi.

Quattro dei cinque cani, sembrarono subito voler scappare lontano da quel luogo di tradimento. Poi Jiro tornò, soltanto lui. Jiro sapeva che Taro, suo fratello, era ancora prigioniero di quella maledetta catena. Non poteva andarsene senza di lui. Poi Riki, il capobranco, richiamò i cani che erano riusciti a liberarsi. Voleva entrare nella base, lì dove aveva sempre visto andare e venire gli uomini. Non erano mai entrati qui, era la calda, confortevole tana dei padroni, ma i padroni non c’erano più. C’era solo qua e là qualche traccia, qualche segno, qualche odore. Fu per loro una prova di più che erano stati abbandonati. Molti fra quelli che non erano riusciti a scappare, si lasciarono morire così, come preparandosi a dormire, come sperando che il lungo sonno gli strappasse dal cuore il ricordo di quel falso amico, che avevano servito per tutta la vita, e che li aveva ripagati così, lasciandoli a morire di freddo e di fame.

Quasi un anno dopo, il 14 gennaio del 1959, tornò una terza spedizione presso la base giapponese per continuare le ricerche abbandonate l’anno prima. Convinti di dare degna sepoltura all’intera muta di cani, i ricercatori trovarono in effetti segni del tragico abbandono. 7 cani erano morti legati alle catene: Aka, Goro, Pochi, Moku, Kuro, Pesu e Kuma da Monbetsu. Gli altri 8 erano riusciti a liberarsi dalle catene. Di questi, 6 non vennero mai ritrovati: Riki, Anko, Deri, Jakku, Shiro e Kuma da Furen.

Gli altri due cani, Taro e Jiro, due fratelli, ed entrambi figli di Kuma da Furen, erano ancora vivi nei pressi della base. Per quasi un anno erano riusciti a sopravvivere senza supporto umano e fronteggiando le più estreme condizioni ambientali.

Al momento in cui furono lasciati alla base, Taro e Jiro, avevano entrambi 2 anni e mezzo (erano nati nell’ottobre 1955) ed erano i cani più giovani dell’intera muta.
Non è ancora chiaro oggi come Taro e Jiro siano riusciti a sopravvivere così a lungo in quelle condizioni. Si presume che abbiano imparato a cacciare e siano riusciti a cacciare pinguini e altri uccelli, forse pesci e occasionalmente anche foche. Taro e Jiro avevano rispettato i corpi dei loro amici morti incatenati, dal momento che non vennero ritrovati segni di cannibalismo sui corpi dei cani morti.

Taro e Jiro divennero subito eroi nazionali in Giappone. Jiro continuò a prestare servizio alla base antartica giapponese e morirà nel 1960 per cause naturali. Taro rientrerà a Sapporo dove vivrà fino alla morte, nel 1970.

In Giappone un giorno è stato dedicato alla loro memoria, istituito il 14 gennaio, giorno della ricorrenza del loro ritrovamento.

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Nella foto Taro (a sinistra) e Jiro (al centro).  For illustration only. Source: http://www.digitaljournal.com 

Ho scritto questo articolo e ho voluto raccontare queste due storie perché Hachi, Taro e Jiro, ma anche tutti gli altri cani di quella muta di cani da slitta, non vengano mai dimenticati. Avendo condiviso tredici anni della mia vita con un cane penso di poter capire cosa significhi per Hachi aver perso il suo padrone, e il dolore che gli scienziati provarono nel dover abbandonare i cani. Ma soprattutto quello dei cani nell’essere stati abbandonati. Spero che possano essere ricordati anche tutti gli altri cani, e in generale gli animali che non hanno mai abbandonato i loro amici umani.

Oggi questi cani sono diventati immortali. Esistono due chiavi per l’immortalità. La prima è essere una creatura mortale. La seconda è vivere una vita degna di essere ricordata.

Questi cani le hanno possedute entrambe.

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