Del perché ho rivalutato The Village

Se non avete visto il film The Village, del 2004, con Joaquin Phoenix e Bryce Dallas Howard, e non volete incappare in uno spoiler, non leggete questo articolo. Ho visto quel film quando ero più piccolo, quando avevo forse 15 o 16 anni (non ricordo esattamente quando, ma ricordo di averlo visto poco dopo la sua uscita nel 2004). Il film narra la storia di una comunità statunitense che a priori – allo spettatore inconsapevole del finale – sembra essere una comunità del XIX° o forse del XVIII° secolo. A posteriori, invece, potrebbe tranquillamente essere dipinta alla stregua di un villaggio Amish dei nostri giorni.

Gli anziani governano il villaggio, sono i più saggi, ma i giovani vengono ascoltati anche loro tramite una sorta di assemblea che viene convocata periodicamente, dove ogni abitante può esprimere la sua opinione. Sembra una comunità felice, ma presto si viene a conoscenza della macchiolina nascosta dal patinato e splendido quadretto. Non a tutte le volontà, infatti, viene dato un seguito, tant’è che Lucius, il ragazzo più coraggioso del villaggio, vuole e chiede espressamente di potersi recare in città per poter prendere delle medicine che possono aiutare la comunità. La sua richiesta viene negata dal fatto che il bosco circostante il villaggio contiene delle creature chiamate “creature innominabili”, “coloro di cui non si parla” (those we don’t speak of), creature mostruose e pericolose che potrebbero ledere lui e l’intero villaggio. Gli anziani con esse hanno stabilito un patto molto tempo fa: i membri del villaggio non si sarebbero avventurati oltre la linea di demarcazione, nei boschi, e in cambio loro avrebbero lasciato in pace il villaggio. Il patto viene però rotto da Lucius che, incurante del pericolo e comunque consapevole delle conseguenze, si avventura nel bosco e strappa alcuni ramoscelli di colore rosso, il colore che non si dovrebbe toccare o esibire, in quanto attira le creature. Le creature vedono Lucius e la notte seguente invadono il villaggio per lasciare un messaggio. Spaventano gli abitanti, scannano gli animali e lasciano dei segni rossi sulle porte. Il giorno seguente il villaggio si riunisce per discutere dell’accaduto e Lucius ammette di essere stato lui stesso a provocare l’attacco con la sua uscita, oltre il confine, confermando il fatto accertato che le creature non attaccano il villaggio senza un preciso motivo. I giorni passano per la comunità, e Lucius dichiara il suo amore ad Ivy, figlia cieca del capo del villaggio, nonché amica di Noah, ragazzo con disturbi mentali segretamente innamorato di lei; Kitty, sorella di Ivy, è segretamente innamorata di Lucius, e si fa da parte quando parlano insieme della promessa di matrimonio stretta tra i due innamorati. Ivy ricambia l’amore per Lucius, e quando nel villaggio s’inizia a parlare delle loro nozze in programma, Noah, in preda a un attacco di gelosia e rabbia, pugnala due volte Lucius ferendolo gravemente. Ivy chiede ai capi del villaggio di potersi avventurare oltre il bosco per cercare le medicine che potrebbero salvargli la vita, o in caso contrario ciò che lei si porta dentro, l’amore che lei nutre per Lucius, morirà con lui. Il padre di Ivy le spiega che le creature, in realtà, non esistono. Sono una leggenda inventata dagli anziani del villaggio, una farsa, che loro fanno credere vera agli altri membri della comunità, per dissuaderli dall’abbandonare il luogo felice e sicuro nel quale vivono. Ogni anziano del villaggio ha infatti un trauma legato alla propria vita: amici, parenti o familiari uccisi dalla pericolosità della vita in città. Il padre acconsente alla decisione di Ivy che, con altri due ragazzi, s’inoltra nel bosco. I due ragazzi, impauriti, la lasciano da sola e abbandonano il viaggio consapevoli che le creature, sapendo che Ivy è cieca e indifesa, non le faranno nulla. Intanto gli anziani vengono a sapere che il padre di Ivy le ha svelato il loro segreto: gli altri saggi lo criticano e lo attaccano, ma il padre di Ivy controbatte dicendo che il segreto non poteva restare tale a lungo (e per tutti), poiché – non potendo loro vivere per sempre – toccherà in seguito ad Ivy e Lucius portare avanti questa messinscena. Mentre Ivy è nel bosco s’imbatte in una creatura innominabile, che lo spettatore, pur non avendone la certezza, sa non essere tale. Si scopre infatti che Noah, scappato dalla stanza in cui era stato punito per quanto fatto a Lucius, ha rubato un costume degli anziani e si è travestito da creatura innominabile. Ivy lo uccide facendolo cadere in una trappola, e convinta di avere ucciso una bestia feroce, prosegue il viaggio. Giunge poi a un muro che scavalca, oltre il quale incontra un ranger del XX° o XXI° secolo che sta pattugliando una zona protetta con il suo fuoristrada. Lo spettatore capisce quindi che il villaggio è un totale anacronismo, posto in un’era differente da quella pensata per tutto il film, e la vicenda si situa invece nella totale modernità. Il ranger decide di aiutare la ragazza, pur rimanendo turbato dal suo racconto, portandole le medicine necessarie a Lucius, e aiutandola poi a rientrare nel bosco scavalcando il muro. Il film si conclude con i membri anziani del villaggio che vengono a sapere della morte di Noah: sanno che è stato ucciso da Ivy, in quanto giunge la voce che ella ha ucciso una creature innominabile, e i genitori di Noah, sapendo che era stato lui a scappare con il costume, scoppiano in lacrime. La morte di Noah, paradossalmente, dà credibilità alla farsa, perché permetterà loro di incolpare le creature innominabili e di continuare a dissuadere gli abitanti dall’avventurarsi al di fuori del villaggio. Ivy torna con le medicine e il film termina con lei che stringe la mano a Lucius, senza che si capisca se Lucius guarirà oppure morirà.

Per lungo tempo ho ritenuto questo film una cazzata. Da piccolo mi interessava solo l’elemento dato dal terrore, dalle creature innominabili, che per quel che mi riguardava dovevano manifestarsi più e più volte nel film. Ritenevo una cazzata il fatto che le creature fossero fantomatici personaggi inventati dagli anziani del villaggio per spaventare gli altri membri della comunità; una decisione scontata del regista, un elemento non abbastanza fantasioso, una scelta che rovinava la seconda metà e quindi tutta l’opera. Era per me una caduta di stile per un regista come Shyamalan, che ci aveva appassionato e terrorizzato allo stesso tempo, prima con i morti de Il Sesto Senso, producendo un gran bel film, poi con gli alieni di Signs, un film appassionante quanto meno sino al finale. Ho creduto The Village il punto più basso raggiunto da M. Night Shyamalan che aveva concepito un’opera tale, bella solo fino a metà, fino a quando si scopre la verità dei fatti. Mi ero spinto fino al punto da non concedere una possibilità a Lady in The Water, il film successivo di Shyamalan, considerandolo un film da non guardare nemmeno; e forse almeno in questo ho avuto ragione, dato che, pare, Lady in The Water è stato schernito dalla critica beccandosi pure alcune nomination ai Razzie Awards. Ora, bisogna dire che la critica non ci è mai andata leggera con Shyamalan, stroncandolo dovunque possibile, forse con l’eccezione de Il Sesto Senso. Tuttavia, credo che The Village meriti una maggiore attenzione. Sono cresciuto rispetto alla prima volta in cui lo vidi, l’ho recentemente rivisto e mi rendo conto adesso del motivo per cui mi aveva deluso: non è un film horror da guardare per cercare adrenalina nella paura, non è un film che crea l’incontro tra lo spettatore e le creature malvagie. È un film psicologico, ed è un film che parla della paura. Ho avuto bisogno di crescere e sviluppare una nuova sensibilità per capirlo appieno. Non sono uno psicologo e non pretendo di esserlo, ma esprimerò la mia analisi su di esso, anche grazie ai discorsi avuti con alcuni amici che con me ne hanno parlato.

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Il villaggio in cui si svolge la vicenda. For illustration only. Sourcehttp://www.imdb.com

Il villaggio. Rappresenta la chiusura. Una chiusura che è contemporaneamente fisica – il limite del bosco, tracciato con i pali e le torri di guardia – e mentale: la paura di avventurarsi al di là del limite tracciato, di affrontare la realtà per quella che è veramente, di affrontare ciò che è diverso, il mondo esterno, rappresentato dal resto della civiltà, dalle città tanto temute. Il limite tracciato soddisfa la necessità di chiudersi in se stessi, di muoversi solo negli spazi e negli ambienti conosciuti, consapevoli di ciò (almeno gli anziani) e con l’arrendevolezza di chi guarda l’ignoto come qualcosa di più grande, più forte e spaventoso. Il villaggio altro non è che la trasposizione reale del non-superamento, da parte degli anziani, dei loro traumi subiti in età più giovane. Un danno che finiscono per pagare anche i giovani del villaggio, costretti a subire tali limiti, mentali e fisici, nel tentativo degli anziani di credere di poter tenere tutto sotto controllo.

La comunità. Gli anziani, i saggi, coloro che tengono in piedi la messinscena possono avere vari significati. Io ci vedo a volte un’autorità oppressiva, che sembra dare la falsa impressione di apertura e libertà, permettendo agli altri di esprimere il loro pensiero, certo, ma solo quando esso non risulta in qualcosa che va contro alle loro volontà (Lucius che vuole andare oltre i limiti del bosco, ad esempio). A volte sembrano i capi di una setta: dipingono il mondo esterno come qualcosa dal quale bisogna stare alla larga, perché trattasi di un luogo dominato da demoni. Arrivano persino a fare leva sul senso di colpa se i demoni invadono il villaggio: hanno attaccato perché hai oltrepassato il limite imposto. In altre parole, rappresentano un messaggio abbastanza noto quando si guarda alle religioni ma più nello specifico alle sette: abbassa la testa, rispetta le regole e obbedisci, e non ti succederà nulla di male. Se invece proverai a insinuare dubbi nella comunità, ti puniremo. Hanno inventato dei mostri, le creature innominabili, come si confà ai membri delle sette e delle religioni, che non perdono occasione per propinare mostri sotto al letto, uomini neri nell’armadio o animali neri e malvagi che abitano i meandri inesplorati, pur di controllare i loro adepti. Fortissimo, per me, il richiamo alle sette religiose nella prima scena del film: non ci cureremo con medicine che provengono dall’esterno, anche se questo dovesse costare la vita a qualcuno (cosa che succede, per l’appunto, al bambino che muore all’inizio del film). E poi c’è il resto della comunità, composto dai giovani e dai bambini, e dagli adulti più giovani, ovvero il gregge. Gli altri membri della comunità, vivendo nell’ignoranza e nella menzogna, nella paura, non si avventurano fuori dal villaggio e vi vivono seguendo regole precise: “Never enter the woods. That is where they wait” (“mai entrare nel bosco, è dove loro aspettano”), “Let the bad color not to be seen. It attracts them” (“Non lasciare che il cattivo colore venga visto. Li attrae”), “Heed the warning bell. For they are coming” (“Presta attenzione alla campana d’allarme. Significa che stanno arrivando”). Sono indottrinati sin da piccoli a seguire regole imposte, a credere in storie fasulle, portati a credere di vivere nella totale libertà anche quando essa in realtà non esiste. Ma soprattutto condizionati da paure che, in realtà, non sono le loro. Un errore comune che pagano, a mio avviso, milioni, miliardi di persone nel mondo, per colpa di chi è arrivato sulla Terra prima di loro. Tuttavia, c’è sempre chi è in grado di sfidare queste imposizioni ed è altresì pronto a non raccogliere quest’eredità.

Le creature innominabili. Sono la paura riflessa, rivolta all’esterno, da parte degli anziani, nonché delle paure da loro tramandate ai giovani, i loro figli. Nella Gerusalemme Liberata, Torquato Tasso nel Canto dodicesimo, nel corso della 77a ottava, scrive: Vivrò fra i miei tormenti, e fra le cure / Mie giuste furie, forsennato errante. / Paventerò l’ombre solinghe e scure / Che ’l primo error mi recheranno innante; / E del Sol, che scoprì le mie sventure, / A schivo ed in orrore avrò il sembiante. / Temerò me medesmo, e da me stesso / Sempre fuggendo, avrò me sempre appresso. Tasso in questo passaggio descrive il culmine della disperazione esistenziale dell’uomo (che nel contesto è l’eroe Tancredi), e descrive un dramma che non ha soluzione: è l’espressione della paura di se, è un odiarsi ed un voler fuggire da se stessi, ovvero la manifestazione più autentica di ogni forma depressiva. Nel Canto tredicesimo, alla 18a ottava, scrive: /Qual semplice bambin mirar non osa/Dove insolite larve abbia presenti; O come pave nella notte ombrosa, Immaginando pur mostri e portenti/. Quello che esprime Tasso in questo passaggio è applicabile, per estensione, anche al film, e può rappresentarne una delle chiavi di lettura. Tasso spiega il perché psicologico di determinate situazioni che infondono paura nell’animo umano: non si ha il coraggio di guardare dove non si sa cosa si veda. Gli uomini nutrono il difetto di conoscenza e la loro cecità, e inducono la coscienza dei bambini a colmare di mostri e di ciò che temono ciò che non vedono. La cecità di Ivy invece, per quanto fisica, non è mentale. Ivy non vede con gli occhi ma con la mente. Gli anziani vedono con gli occhi, ma non con la mente. Gli anziani sono in realtà in balia della loro condizione, la riflettono all’esterno e sono schiavi di ciò che fa loro paura: combattono contro se stessi, contro i loro demoni interiori, che vengono rappresentati all’esterno dalle creature innominabili. Le battaglie contro se stessi, si sa, sono sempre le più difficili; e soprattutto, sono battaglie che gli altri non possono combattere per noi. Proprio come i giovani non possono combattere le paure degli anziani del villaggio.

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Noah travestito da creatura innominabile. For illustration only. Source: http://www.imdb.com

I personaggi motore. Una cosa che ricordo dei miei anni universitari riguarda una lezione sull’analisi, nella quale un mio professore mi disse che raramente in una storia i nomi dei personaggi vengono scelti a caso. Il fatto di non dare un nome alle creature – per l’appunto “innominabili” – aumenta psicologicamente il terrore che uno può provare in esse. Non si riesce a dare un nome a ciò che di solito non si conosce, che non si può definire. E questa cosa spaventa, fa paura. Ancora una volta, non si riesce a dare un nome alla paura. Il primo elemento per attaccare un nemico (e scacciarlo) è riconoscerlo, identificarlo, e spesso e volentieri s’inizia dando un nome al nemico in questione. Lucius e Ivy sono chiaramente i motori positivi della vicenda. Lucius rappresenta la forza della gioventù che non vuole piegarsi ad imposizioni altrui, in particolare a quelle dei grandi, una sorta di figlio di ribelle che non accetta di abbassare la testa, non prima di avere conosciuto il mondo con la propria esperienza spirituale ed empirica. Non teme le creature, non teme per la sua vita, teme solo per la vita della sua amata e per quella degli altri. Ha in lui una forza che non ha eguali nel villaggio, e una dose di follia adeguata e necessaria al superamento dei limiti che la sua condizione gli impone. È insofferente ai segreti del villaggio. Lucius vuole la verità, ricerca la luce, e questo forse è anche il significato del suo nome: Lucius, da Lux, in latino “Luce” e di cognome Hunt, che in inglese significa “cacciare”. È questo che fa Lucius: va a caccia, in cerca, della luce. Questo comportamento non è nuovo nell’arte – penso ad esempio alla letteratura, a Tancredi della già citata Gerusalemme Liberata o a Lemminkäinen del Kalevala – ma non può limitarsi ad essere solo un concentrato di forza e coraggio altrimenti non avrebbe niente da insegnare. Lucius infatti, è consapevole di certi limiti e non si spinge oltre. Sa, ad esempio, che un villaggio autarchico non può funzionare in modo ottimale (senza medicine che provengono dal mondo esterno, che vorrebbe poter andare a prendere). Sa, ad esempio che avventurarsi nel bosco è comunque pericoloso, e bisogna farlo con riverenza verso le creature innominabili (è ciò che scrive nella lettera dove esprime il suo desiderio di andare oltre il bosco). Sa, ad esempio, che ogni tanto è meglio battere in ritirata e non sfidare il pericolo (comportamento che si può osservare quando si nasconde dalla creatura dietro l’angolo della casa, o anche quando prende per mano Ivy scendendo con lei e gli altri nel seminterrato). Sa, ad esempio, che il suo amore per Ivy è un potenziale problema per Noah (e glielo comunica appena prima di essere accoltellato). Senza queste consapevolezze, il personaggio di Lucius sarebbe solo un pazzo egoista e suicida che si schianta con la sua altezzosità contro un muro a cento chilometri orari. Ivy è un personaggio che mostra un altro tipo di atteggiamento, che definirei forse più vicino a quello delle persone religiose, mosso da un coraggio meno razionale e più irrazionale: a volte non pesa le parole e si esprime senza tenere conto dell’altro (per esempio nel discorso sul portico, con Lucius), altre volte le pesa e si esprime mostrando totale rispetto dell’altro (quando dice a Kitty che il suo amore per Lucius non deve essere un sacrificio per qualcun’altro); altre volte è ingenua e impulsiva (non crede al padre che rivela il segreto, è giocherellona con Noah, lo prende a schiaffi per quel che ha fatto a Lucius, si spaventa quando tocca gli artigli delle creature), altre volte si dimostra superstiziosa (teme il colore rosso dei fiori, che copre con la mano), altre volte ancora si mostra non curante nei confronti del pericolo: è convinta da un sentimento di sicurezza dato dall’arrivo di una salvezza superiore ed esterna (ad esempio quando tende la mano a Lucius, mentre le creature stanno attaccando il villaggio) o ancora quando attraverso il bosco da sola per il nobile scopo di salvare Lucius, e sembra credere all’intervento di un Deus ex machina che la proteggerà fino alla fine della sua avventura fuori dal villaggio, e che sembra materializzarsi nel ranger Kevin. Il suo personaggio, comunque, accumula coraggio ed esperienza con l’avanzare del film: Ivy conosce, apprende, matura. Diventa una disillusa, accresce la sua razionalità, quando capisce che la storia delle creature è una farsa, e, come Lucius, cerca l’aiuto esterno. Scopre che il mondo esterno non è solo caratterizzato dal male che gli anziani hanno cercato di dipingere e lasciare all’esterno in ogni modo: Kevin la aiuta, lei lo ringrazia. Il suo nome è Ivy Elizabeth Walker: Ivy, in inglese “edera”, forse non è scelto a caso. L’edera è simbolo di passione, la passione che brucia (come l’amore di Ivy per il suo amato). Walker in inglese significa “camminatore”. Ivy cammina, intraprende un viaggio, e attraversa i boschi alla ricerca di medicine in grado di salvare la vita a Lucius. Ricoperto di edera è inoltre il muro che separa Ivy dal resto della civiltà, che lei scavalca per cercare aiuto.

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Ivy tende la mano a Lucius, in attesa che egli arrivi per salvarli dall’attacco delle creature. For illustration only. Sourcehttp://www.imdb.com

I colori. Il colore rosso, che nel film predomina con il giallo, simboleggia il male e il dolore: ricorda il sangue dei traumi subiti dagli anziani, ma delinea anche dei parallelismi con i demoni, con l’inferno, che le creature rappresentano. E in un modo o nell’altro, la prova che l’esperimento dei saggi è fallito e non potrà andare avanti all’infinito è comunicato dalla continua presenza del colore rosso nella loro vicenda. Rosso è il colore degli animali uccisi e scuoiati dalle creature per spaventare gli abitanti del villaggio, rosso è il colore dei fiori, dei segni di vernice sulle porte (come quelli narrati nella Bibbia, Esodo 12), è il colore dei costumi nascosti nelle stalle, del sangue sulle mani di Noah. È il colore della colpevolezza, oltre che del male: solo gli anziani vestono di rosso (e mai di giallo), quando si travestono da creature, e Noah, alla fine, ormai colpevole per quanto fatto a Lucius. Il giallo è il colore della purezza, dell’innocenza, della luce. Giallo è il colore del Sole, gialle sono le rappresentazioni del Sole in molte filosofie e religioni del passato; inoltre l’oro è il colore liturgico per eccellenza. I giovani della comunità, vestiti di giallo, rappresentano la luce che può contrastare l’oscurità del villaggio: sono innocenti, lucenti e puri, e hanno il potere di illuminare la farsa.

Il Bene e il Male. Eloquente in questo film è la dicotomia bene/male. Eloquente è la frase: “Kevin. You have kindness in your voice. I did not expect that” (“Kevin. C’è gentilezza nella sua voce. Non me l’aspettavo”). Noah ci viene presentato come lo scemo per eccellenza, se visto ed osservato superficialmente, per via degli evidenti disturbi mentali di cui soffre: colui che sta fuori dalla curva gaussiana della normalità del villaggio, e per estensione, di ogni società. Punzecchia e picchia gli altri ragazzi, ride e si eccita quando le creature attaccano il villaggio, pugnala Lucius per gelosia e rabbia, e si traveste da mostro attaccando la sua amata Ivy, senza che vi sia un motivo preciso. Viene poi ucciso, e funge anche lui da motore interno della storia, seppure negativo, oltre che da capro espiatorio, permettendo il perpetuarsi della farsa. A ben guardare però, non è del tutto scemo nemmeno lui, ed è legittimo domandarsi se sia veramente un pazzo: prova amore anche lui per la “sua” Ivy, è parzialmente consapevole delle sue azioni (sa di avere sbagliato a ferire Lucius e fa una mezza ammissione di colpa mostrando la mano insanguinata), capisce i sentimenti degli altri e urla la sua sofferenza dopo che Ivy l’ha preso a schiaffi, e senza sapere bene il perché ruba un costume e scappa, forse cercando una forma di redenzione. Fantastico e magistrale Adrien Brody, a mio modo di vedere, per l’interpretazione. Non ho particolari commenti sul nome del personaggio interpretato da Brody: Noah è un nome biblico, che tutti conosciamo perché conosciamo tutti la storia dell’arca e gli animali. Percy è un cognome che forse potrebbe ricordare l’inglese “pierce”, cioè “perforare, forare, trafiggere” e che può richiamare sia l’accoltellamento di Lucius, sia l’attitudine disturbata di Noah che con il suo modo di fare “trafigge”, in qualche modo, la falsa storia delle creature.

La dicotomia tra bene e male è antichissima, mentre il tentativo di tratteggiarla è tipico di tutti gli esseri umani, che da sempre cercano di mettere ordine alle cose (anche a quelle che apparentemente un ordine non ce l’hanno) e provano a spiegare ogni cosa ignota o senza senso. Gli anziani cercano di spiegare e di frenare il loro, apparentemente inspiegabile dolore, subito anni prima, con questo esperimento, con questo progetto, dato dal rinchiudersi nel villaggio e dall’isolarsi dal mondo esterno. Dividendo il bene dal male mettono in atto una modellizzazione della realtà sulle prime nobile e funzionale, ma in definitiva insensata e impossibile: tentare di spezzare le due categorie in una dicotomia è un processo già fatto più volte, sia dalle religioni occidentali e orientali, sia dalle filosofie proprie a ogni cultura umana. “Nel giardino incantato lo costrinse a sognare, A ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male”, cantava il compianto De André. Il villaggio, come il resto del mondo, è anch’esso parte del mondo. In esso le due categorie coesistono come del resto ovunque, e non è possibile sfuggire al dolore o alla sofferenza. La scena davanti al fuoco in cui il Signor Nicholson parla con Lucius annuncia questo messaggio, abbastanza presto, nel film: “You may run from sorrow, as we have. Sorrow will find you. It can smell you” (“puoi scappare dal dolore, come abbiamo fatto noi. Il dolore ti troverà. Ti può fiutare”). Ciò di cui l’attento spettatore viene a capo, è che l’autarchia del villaggio non è sostenibile e men che meno possibile: la rottura del patto avviene quando il padre di Ivy capisce che non si può sfuggire al dolore e ritiene un crimine quanto successo a Lucius. Il tentativo di creare un idilliaco villaggio lontano dai crimini e dal male, non ha funzionato; il crimine li ha comunque raggiunti. Il progetto degli anziani si ritorce loro contro. Essi non possono avere tutto sotto controllo, e anzi sono costretti a prendere dei rischi, che aumentano nel momento in cui il padre dice la verità ad Ivy rivelando il loro segreto, ad esempio. I saggi non possono controllare i sentimenti di Noah e le sue azioni, che hanno delle conseguenze, anche gravi. Sono convinti di potere lasciare il male all’esterno, ma non possono evitare la morte del bambino ad inizio film, né possono controllare il male interiore che soffrono certe persone (Noah nello scoprire le intenzioni di Lucius e Ivy, Ivy nel vedere soffrire Lucius per le ferite, Kitty nel soffrire per Lucius e nel mentire con le sue parole a Ivy quando essa si confida con lei). Sono convinti di potere contenere il bene, ma il bene esiste anche all’esterno, personificato nella figura di Kevin. L’evoluzione del film, non mostrata, può avere due esiti possibili: o Ivy e Lucius porteranno avanti la messinscena assieme agli altri giovani che come loro diventeranno i saggi del villaggio, con tutti i vantaggi e i danni che essa comporta, oppure riporteranno alla realtà tutti quanti, consapevoli della farsa, facendo fallire l’esperimento. A me piace pensare che metteranno fine al teatrino, e daranno una chance al mondo esterno, tornando a vivere con esso. La stagnazione, in questo caso, è un male, e continuare a perseverare in essa non farà che accrescere i loro problemi.

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Lucius dipinge gli alberi di giallo, avvolto nel giallo, il colore che li protegge e li mantiene al sicuro. For illustration only. Sourcehttp://www.imdb.com

Per chiudere. Due parole sulla colonna sonora, a mio modo di vedere fantastica. L’unica cosa che di questo film mi è sempre piaciuta, che ho sempre ritenuto valida, anche quando consideravo The Village una cazzata. È stata prodotta da James Newton Howard, e a mio modo di vedere ha ricevuto meritatamente una candidatura ai Premi Oscar. Il pianoforte è dolce, triste e malinconico nelle scene tristi e in quelle d’amore; i violini sono capaci di aumentare d’intensità, in un climax, quando le cose stanno andando per il verso sbagliato (durante l’attacco delle creature, dove la tensione non viene mai interrotta, dato che alla mancanza di musica si alterna il suono delle campane, o quando Ivy trova Lucius ferito); l’assenza di musica nel momento in cui Noah ferisce Lucius è per me un elemento che aggiunge ulteriore angoscia alla scena. Oggi ritengo quest’opera un film da guardare, da apprezzare, ma soprattutto da capire. Forse l’errore che fu fatto dalla produzione, all’epoca del lancio del film (una cosa del quale mi sono anche reso conto riguardando i vari trailer) stava proprio nel come il film era stato presentato: una sorta di horror, con spezzoni di scene che mostravano mostri spaventosi. Magari un trailer più psicologico avrebbe deluso meno lo spettatore alla fine del film. Un film che insegna come il bene e il male siano per loro natura inscindibili, ammesso e non concesso che si possa veramente definire queste due categorie, o anche solo delinearle in qualche modo. Un film che, compreso a fondo, può portare a capire diverse cose, ad abbattere dei muri. Ad aiutare molte persone che si chiudono, a volte inutilmente, convinte di stare facendo la cosa giusta, in loro stesse, convinte di potere vivere solo nel bene lasciando il male all’esterno. La soluzione al dolore non è mai stata e non sarà evitare completamente il male, ma cercare di ridurne i suoi effetti, e, quando colpisce, imparare a conviverci.

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