Cattività senza responsabilità? – Rocky the Bear

Quando l’anno scorso sono andato in Canada per, tra le altre cose, andare a caccia fotografica di orsi, mi sono letto (e documentato su) diverse cose riguardanti gli orsi nordamericani, ovvero i Grizzly e gli orsi neri. Mi sono imbattuto in questa storia, che prima non conoscevo: la vicenda di Rocky the Bear. Una storia che va raccontata assolutamente, se si vuole capire come funziona e in cosa consiste il business della cattività.

Rocky è un grizzly maschio, una star del cinema, usato per girare diversi film: è comparso, ad esempio, nel film Semi-Pro del 2008. Randy Miller è il suo – lo dico così, soi-disant – addestratore, colui che lo ha allevato fin da piccolo. Randy è una di quelle persone convinta dell’amore per gli animali che prova: il suo amore, in particolare, consiste nel tenere gli animali in gabbia e tirarli fuori quando devono lavorare, e ai quali lancia dei biscotti o delle ricompense perché hanno “lavorato bene”. Ha costruito un’industria milionaria addestrando 12 super-predatori, fra i quali c’è Rocky, appunto. Sue sono le tigri che compaiono nel film Il Gladiatore e anche il regista Michael Bay ha lavorato con lui. “Randy riconosce che anche il suo animale più innocuo può essere imprevedibile”, viene detto. You don’t say. Non mi dire.

12 anni fa, quel grizzly maschio, all’epoca di 4 anni, doveva “posare” per uno spot televisivo con Stephen Miller, cugino di Randy, anche lui in passato addestratore di animali, ma senza la stessa dose di esperienza. La scenetta è (o meglio, doveva essere) questa: prima Stephen e Rocky dovevano posare per qualche foto, fianco a fianco. Poi, dovevano fare uno stunt in cui i due avrebbero lottato (wrestle, in inglese), ovviamente senza che Rocky fosse “seriamente” coinvolto, ma solo giocando, come ha sempre fatto. È infatti uno dei pochissimi orsi in cattività nel mondo in grado di “lottare” con gli esseri umani. Qualcosa però va storto. Rocky afferra prima in maniera innocua, e poi con uno scatto, in maniera violentissima e alla gola, Stephen. Rimangono in contatto per soli 8 secondi. Più che sufficienti, per un animale che ha una tale forza in corpo, a procurare danni devastanti. Stephen riesce ad abbandonare il luogo dell’incidente solo qualche istante dopo, ma perde i sensi. Qualche minuto dopo muore per le ferite riportate.

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Orsi neri (Ursus americanus) in libertà, che abbiamo potuto osservare l’anno scorso in Canada, in Québec. Ringrazio Sharon per avermi inviato queste fotografie scattate da lei quel giorno. Consultate anche il suo sito internet: https://www.sharonscime.com/

Prima di passare alle cause dello scatto, l’autopsia. Se ne occupa il dottor Frank Sheridan, che spiega: “Le due ferite principali erano due grossi buchi nel collo, davanti, causate dai canini inferiori; un altro dente, dei canini superiori ha procurato un’altra ferita molto profonda dietro, sulla parte posteriore del collo; le due ferite principali erano entrambe collegabili direttamente a un singolo morso. (…) Le ferite erano talmente gravi che non sarebbe mai potuto sopravvivere, neanche con cura medica immediata”. In un singolo morso, Rocky ha distrutto la giugulare e l’arteria carotide comune di Stephen, oltre a danneggiargli strutture vitali nel collo.

Sembra paradossale, ma quest’autopsia salverà la vita a Rocky, perché le ferite erano localizzate nel corpo di Stephen e direttamente collegabili a un solo singolo morso. Il responso del medico, quindi è questo: si tratta di un “incidente”, perché non ci sono ulteriori traumi sul corpo di Miller. Rocky non ha sbranato Stephen (mauling, dall’inglese), l’ha ucciso in un incidente. Ciò aggiunge ulteriore ironia alla vicenda: Rocky avrà salva la vita, ma non potrà più “lavorare” col “pubblico”. In altre parole, rimarrà in gabbia, ed eventualmente uscirà solo se glielo consentirà Randy o un altro dei suoi addestratori.

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Cosa ha fatto scattare Rocky?
Se si osserva bene il video dell’incidente si noterà che Rocky, inizialmente, si avvicina a Stephen senza aggressività: probabilmente era convinto di iniziare “il wrestling” con Stephen. Però, dal momento che prima dovevano posare insieme per alcune foto, questo potrebbe avere disorientato l’orso. Ad ogni modo, una cosa appare sicura: nel momento in cui Rocky afferra – in maniera apparentemente e inizialmente non aggressiva – Stephen, gli altri – soi-disant – esperti addestratori scattano: Randy colpisce Rocky a bastonate (quasi ininfluenti, oltretutto, su un animale che possiede una tale forza fisica) irritandolo ulteriormente, aumentando la sua aggressività e ottenendo come unico risultato una presa ancora più cruenta su Stephen.

Il dottore Chris Servheen dell’Università del Montana [1] afferma che gli orsi in natura possono essere pericolosi, ma evitano le persone (posso confermare ciò dopo il mio viaggio in Canada): “La gente pensa che gli orsi là fuori siano in giro ad attaccare continuamente le persone, e questo non è assolutamente vero”; poi aggiunge, parlando dell’incidente occorso a Stephen: “se osservi gli orsi in natura, non si avvicinano mai così tanto l’uno all’altro senza conoscere esattamente le loro intenzioni”. Naturalmente risulta impossibile spiegare con assoluta certezza cosa sia successo fra Rocky e Stephen: ciò perché un animale selvatico appartiene alla natura selvaggia, e lì deve restare. Servheen spiega che un orso in cattività, in realtà, nonostante tutti gli addestramenti, rimane un orso selvatico. Quest’osservazione trova conferma anche nel fatto che l’altro grizzly che detiene Randy Miller, Dakota, non fa più “wrestling” con le persone. Perché? Perché più invecchia, più risulta aggressivo e sembra essere – nonostante gli anni di addestramento – un orso selvatico. Come se ne esistessero di “domestici”.

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Ricapitolando.
– Rocky arriva da piccolo in un centro di addestramento per animali e vive in gabbia, uscendo solo quando deve lavorare.
– Mentre lo fanno lavorare, un giorno, uccide una persona.
– La morte di quella persona, Stephen Miller, cugino del suo addestratore, si rivela essere un incidente, per questo motivo Rocky non viene soppresso. Tuttavia, non può più continuare a lavorare “col pubblico” e quindi rimarrà in detenzione.

Analizziamo qualche elemento in più di questa vicenda. Innanzitutto, niente di tutto ciò sarebbe mai successo se non esistesse il business della cattività. Gli animali non sono fatti per stare in gabbia. La reclusione e l’isolamento provocano in loro un forte e continuo senso di stress, aggressività, in certi casi questa condizione li conduce alla follia. Perché come noi, gli animali soffrono l’imprigionamento e sono coscienti della situazione nella quale si trovano. Potete leggere questo articolo sul quale mi sono già soffermato sulla vicenda di Big Mary e Tyke. Questo vale per tutti gli animali, specialmente per i mammiferi, e non solo per i super-predatori. Certo, se in gabbia c’è un super-predatore le conseguenze sono potenzialmente devastanti, e questa storia lo insegna.

Diciamolo, non che Randy Miller si distingua particolarmente per la sua razionalità o per la sua totale onestà su questa vicenda. (Ovviamente). Dice di amare gli animali, ma li tiene in gabbia: la cosa più antitetica che io conosca nella definizione di “amore” è l’imprigionare qualcuno. Cerca di passare un po’ come la vittima della situazione, consapevole che le logiche di mercato funzionano anche per lui e un incidente del genere potrebbe far fallire la sua attività. Un’attività milionaria che ha costruito proprio sul suo “amore” per gli animali. Scelte di vita, certo, che però mi lasciano perplesso, che dovrebbero fare riflettere, tutti noi e soprattutto lui.

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Interessante è anche la nozione stessa di “incidente”: gli incidenti, in molti casi, hanno comunque dei responsabili. Se io mi metto ubriaco al volante e uccido tre persone, non la faccio franca: vi saranno delle indagini, sarò probabilmente prima accusato e poi condannato per omicidio colposo. Miller, invece, in questo caso è il responsabile di tutto quel che avviene. Tuttavia, non viene punito per questo. Miller crea il business, il business uccide (suo cugino) e alla fine è ancora il suo orso, Rocky, quello che potenzialmente deve pagare. In questo caso non pagherà con la vita e gli eviteranno la soppressione; ma pagherà comunque con la vita spendendo il resto dei suoi giorni in gabbia. È altresì vero che Miller si porterà dietro per sempre la responsabilità, anche se cercherà di affrontarla con i comuni processi di dissonanza cognitiva. Buon per lui, mi verrebbe da dire. Sono sicuro che quando dice che non vuole fare del male ai suoi animali è sincero, ma “voler bene”, per me, è un’altra cosa. Di amore non posso proprio parlare. Inoltre dall’incidente non ha imparato nulla, visto che ad oggi va avanti a fare quello che ha sempre fatto.

Ad oggi, l’ultimo aggiornamento che sono riuscito a trovare sulla vicenda parla di un’udienza, risalente al 2012, nella quale la commissione competente ha deciso di mantenere valide le restrizioni per Rocky. L’animale rimane quindi prigioniero nella sua gabbia dalla quale non è mai uscito se non per fruttare soldi ai suoi addestratori. Vi sono tanti casi di animali che data la loro condizione di cattività hanno ucciso, come Tilikum, Big Mary o Tyke. Io lo ribadisco e non mi stancherò mai di ripeterlo: la cattività uccide. Gli animali umani, e gli animali non-umani. [2]

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                                                 Ultimo aggiornamento: 22 aprile 2020

 

[1] https://www.cfc.umt.edu/personnel/details.php?ID=1153

[2] Le informazioni e le citazioni per questo articolo le ho tratte soprattutto dal documentario chiamato “Grizzly Face to Face: Hollywood Bear Tragedy”, prodotto dal National Geographic. Non mi piace il taglio buonista che dà il video nei confronti di Randy Miller (volto, a mio avviso, a mostrarlo più come una vittima, che non come un carnefice), ma è sicuramente interessante visionarlo per intero. Si può trovare al link seguente: https://vimeo.com/36182473

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