25 aprile – Sperando di fare un po’ di chiarezza.

«Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: (…) il 25 aprile, anniversario della liberazione; (…)» [1]

Il 25 aprile ricorre, ogni anno, la festa della Liberazione italiana. Un giorno che suscita ogni anno delle polemiche: ci sono quelli che vorrebbero negarlo agli altri, c’è chi lo festeggia con fervore e chi non s’interessa a questo giorno particolare. Il 25 aprile però è un giorno importante, che, per quel che mi concerne, dovrebbe sempre ricordarci alcuni principi fondamentali. Nel trattare gli eventi storici, cerco di avere sempre una visione doppia su di essi: quella soggettiva, da uomo. Quella oggettiva, da storico. Io non sono un amante delle “Giornate mondiali”, o di tutte quelle feste che ricordano, una sola volta all’anno una problematica, la necessità di combattere per una causa o l’importanza di alcuni valori. Secondo me se una persona condivide determinati valori e ha a cuore una causa si batte per essa tutto l’anno, ogni singolo giorno, senza bisogno di “Giornate” che glielo debbano ricordare. È anche vero, però, che il 25 aprile merita di essere celebrato perché riporta l’attenzione sul più grande conflitto mondiale. I conflitti politico-militari, sociali, sono caratterizzati da una complessità semplicemente disarmante. Dal mio punto di vista personale, che è sicuramente antifascista – e più in generale, anti-totalitarismi – il 25 aprile va celebrato sempre, e sempre. In questo giorno si ricorda e si celebra la necessità di abbracciare le armi di fronte all’oscurantismo peggiore, a un periodo della storia semplicemente terrificante: il doppio totalitarismo, quello italiano e quello tedesco, che hanno oppresso l’Europa per oltre 20 anni, trascinandola in quello che è, ad oggi, il più grande conflitto mondiale. Se fossi catapultato improvvisamente in quel passato, non avrei il minimo dubbio sul scegliere da che parte stare, tra antifascisti e nazifascisti. I primi combattevano per la libertà, i secondi per toglierla. Hanno oppresso, trucidato, soggiogato milioni di vite, in tutto il mondo. Si sono macchiati di crimini per i quali non hanno mai pagato abbastanza. Sarebbe semplicemente folle dimenticare quella follia occorsa a noi, come pure sarebbe folle dimenticare gli uomini, le donne, gli anziani e i bambini che hanno lottato per liberarci da quell’incubo, che ci porteremmo ancora dietro adesso, se non fosse stato combattuto come meritava di essere combattuto. Il minimo, il minimo che possiamo fare è dedicare un giorno all’insurrezione scoppiata quel giorno e ricordare i valori antifascisti sacri, ma laici, che si trovano nella Costituzione italiana.

Dopodiché, vorrei dare anche il punto di vista storiografico sulla vicenda, e qui parlerò non come uomo, ma come storico. In questo senso, cercherò di essere il più possibile sintetico e chiaro in mezzo a tutta quella complessità. Per farlo, mi appoggerò a opere, articoli, riassunti e anche miei elaborati personali, che lessi o scrissi durante il periodo universitario. Questo articolo, in realtà, nasce come risposta a chi ogni 25 aprile rema controcorrente ricordando a tutti quali “danni” ha fatto la Resistenza. Spero di dimostrare, con quello che scriverò e citerò, che le due cose – i danni del nazifascismo e i “danni” della Resistenza – non sono paragonabili. Inoltre, in quei due anni in cui l’Italia è stata un mattatoio a cielo aperto, dal 1943 al 1945, furono combattute due guerre: una guerra civile, che vedeva contrapposti i partigiani (in buona parte comunisti, ma non solo) e i fascisti della Repubblica Sociale Italiana (o Repubblica di Salò). E una guerra impari, che vedeva contrapposti gli stessi partigiani italiani all’invasore nazifascista tedesco.

Arrendersi o perire! – Primavera e insurrezione

È il 25 aprile del 1945, in pieno secondo conflitto mondiale, quando i CLN attivi in tutto il Nord Italia decidono di insorgere e attaccare tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti in Italia. Arrendersi o perire! è il proclama che viene pronunciato quel giorno e anche durante quelli successivi, nei quali viene catturato e fucilato dai partigiani Benito Mussolini. L’Italia era in guerra da cinque lunghi anni, dal 10 giugno 1940, e da ancora più tempo si trovava nella morsa del fascismo. Bisogna fare, però, un piccolo passo indietro, di due anni. Torniamo a un altro 25: il 25 luglio 1943, data della caduta del Fascismo. Mussolini era stato destituito, e per molti la caduta del fascismo coincideva con la fine della guerra, Non era così, purtroppo. Si apriva un capitolo terribile della storia italiana del XX° secolo. Per anni, quel periodo, che va dal 1943 al 1945, è stato visto come una guerra civile solo dalla saggistica di matrice neofascista. In realtà oggi altre opere [2] in ambito accademico rendono valida quella definizione. “Resistenza è anche guerra civile (oltre che guerra patriottica e guerra di classe) e si tende ad eliminarne il ricordo. Sono rinnegati coloro che hanno collaborato con il nemico (sia esterno, sia interno) e solo una rivoluzione vittoriosa ha la forza di iscrivere senza timore le sofferenze provocate dalla guerra civile nella propria storia.” Lo scontro che si ebbe in Italia tra il 1943 e il 1945 era la resa dei conti di un conflitto fra due forze, quella fascista e quella antifascista, iniziato in realtà molto tempo prima, fra il 1919 e il 1922, anni in cui il fascismo riuscì ad emergere come movimento politico e instaurarsi come forma di governo.

Si può affermare con sufficiente sicurezza che la stanchezza di una vita militare lunga, dura, mal motivata, aveva portato la gran massa dei soldati alla convinzione che armistizio, fine della guerra e ritorno a casa fossero termini equivalenti.

In realtà il 25 luglio (giorno della destituzione di Mussolini, caduta del fascismo) ha messo in luce tutte le sue contraddizioni: il 25 luglio siamo stati tutti contenti, perché abbiamo scambiato il 25 luglio per la fine della guerra; quando ci siamo accorti che così non era, ci è venuta una rabbia terribile in corpo.  Il passaggio dalla gioia alla delusione è descritto insieme al desiderio di credere che le parole del proclama di Badoglio (8 settembre 1943) fossero dettate dalla prudenza tattica. La mancata coincidenza tra l’abbattimento di Mussolini, e l’armistizio, creava la sensazione che, se non era finita la guerra, non era davvero finito nemmeno il fascismo. I partiti antifascisti, in via di ricostruzione durante i 45 giorni (tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943), portarono avanti, con sfumature diverse, la richiesta di arrivare a una conclusione della guerra. Tuttavia, la comune volontà di finirla con la guerra non fu sufficiente a creare, tra esercito e popolazione, quella concordanza di intenti necessaria: questo avvenne anche perché l’uso delle forze armate in funzione di ordine pubblico compromise sul nascere ogni forma di fraternizzazione. L’esercito viene quindi a trovarsi in una posizione ambigua nei confronti del popolo: “Il fascismo era caduto, ma era tornato nell’esercito di Badoglio”.

Gli appelli alla pace e alla fraternizzazione fra popolo e soldati si fecero più pressanti dopo gli scioperi al Nord, della metà di agosto. Nel convegno semi-clandestino del Partito d’Azione (Firenze, 2-7 settembre 1943) era stata prospettata, ad opera di Parri, la necessità della lotta armata contro la dominazione tedesca.

Con l’8 settembre l’Italia diventa il luogo di preferenza delle false notizie. La prima che gli italiani videro smentita fu che l’armistizio significasse la pace; presto si diffuse il senso di essere stati abbandonati, i soldati dagli ufficiali, gli italiani da qualsiasi autorità che avrebbe dovuto proteggerli. Inizia così la dissoluzione del regio esercito. I disertori si travestono da borghesi, aiutati dalle popolazioni locali: si crea in questa maniera quella fraternizzazione precedentemente auspicata. La fraternizzazione fra civili e militari, che non era riuscita con Badoglio, riesce ora nel senso della comune disgrazia.

Eventi grandi, eccezionali, catastrofici pongono gli uomini davanti a drastiche opzioni: il vuoto istituzionale creato dall’8 settembre caratterizza in questo senso il contesto in cui gli italiani furono chiamati a scelte alle quali molti di loro mai avrebbero pensato. Il venire meno della presenza statale poteva essere avvertito come un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà. L’aggregazione partigiana fu favorita da comunità locali piccole.

Una scelta chiara e difficile

Quando le truppe tedesche cominciarono a dare un minimo di formalizzazione della violenza, e quando i fascisti crearono la RSI, quando cioè il vuoto istituzionale fu in qualche modo riempito, la scelta da compiere divenne più problematica. La scelta dovette infatti esercitarsi fra una disobbedienza dai prezzi sempre più alti e una normale, seppur tetra, normalizzazione nazifascista.

Il primo significato di libertà che assume la scelta resistenziale è implicito nel suo essere un atto di disobbedienza. Non si trattava soltanto di disobbedienza ad un governo legale, perché proprio chi detenesse la legalità era in discussione, quanto di disobbedienza a chi aveva il potere di farsi obbedire. Era cioè una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo. Per la prima volta nella storia dell’Italia unita, gli italiani vissero in varie forme un’esperienza di disobbedienza di massa.

Un secondo elemento da prendere in esame è che il nesso necessità-libertà, sempre difficile da cogliere, si presenta nella scelta resistenziale problematico e limpido allo stesso tempo. L’aspetto più aspro della problematicità sta nel fatto che la scelta fu compiuta in quella “responsabilità totale nella solitudine totale”. Questa solitudine fu così profonda che ad essa non sfuggirono neppure i cattolici, che pur avevano alle spalle le uniche istituzioni che non fossero crollate; ma anch’esse in quei giorni avevano lasciato nel vuoto le coscienze. Una conseguenza della scelta compiuta in solitudine fu che gli italiani si trovarono costretti a riqualificarsi reciprocamente: nessuno poteva prevedere con sicurezza il comportamento altrui. Era il contrario di quello che si sarebbe verificato nell’aprile 1945, quando tutti sembravano certi di riconoscersi nei sentimenti altrui.

Questa lunga citazione [3] termina proprio con queste parole: nell’aprile del 1945 tutti sembravano certi di riconoscersi nei sentimenti altrui. Questa fu, per gli italiani, una liberazione totale, la vera e propria fine di un incubo. Fu sull’onda di questo entusiasmo che l’Italia diventò una repubblica: “Pavone presuppone la distinzione tra la Resistenza in senso proprio, combattuta al Nord da una cospicua minoranza, e una Resistenza in senso ampio e trasversale, che ha portato alla legittimazione dell’intero sistema politico repubblicano e della sua classe dirigente”. [4] Fu anche sull’onda di questo entusiasmo che iniziò ad affermarsi una visione apologetica e idealizzata della Resistenza (italiana, e del fenomeno più in generale) per la quale è stato necessario un lavoro di revisione storica. Qualche “danno” è stato fatto anche dagli alleati e dai partigiani. È la guerra, ve lo siete sentiti sicuramente dire diverse volte: gli errori si compiono da entrambe le parti, gli eroi stanno da entrambe le parti e in un conflitto di tale portata e con così tante variabili in gioco, quale è stata la guerra totale del 1939-1945, non esiste uno schieramento che si comporta sempre coerentemente e perfettamente con valori di equità e giustizia. Un elemento in particolare, che accompagna l’uomo da sempre, ci porteremo dietro di quel periodo. La violenza.

93a
Il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau (I e II), che ho visitato nel luglio 2012.

La violenza – quella condizione che non riusciremo mai completamente a sanare.

Se si vuole discutere il problema della violenza esercitata dagli uni e dagli altri, cioè dai fascisti e dagli antifascisti, bisogna prima inserirlo correttamente nel suo contesto: la guerra. La violenza, nel contesto bellico, esiste ed è immanente allo stesso. La violenza strutturale imposta dal governo fascista è stata semplicemente devastante: è ingiustificabile e imperdonabile quanto fatto dai fascisti in Italia tra il 1919 e il 1945. Potremmo aprire un discorso infinito per il quale non sarebbe sufficiente scrivere dieci libri su questo tema. Dal delitto Matteotti, l’uccisione dei fratelli Rosselli, l’uccisione dei fratelli Cervi, la morte di migliaia di persone in Italia e in Africa, la deportazione di moltissimi ebrei, slavi, omosessuali, eccetera. I campi di concentramento, la libertà di stampa negata, la distruzione di intere redazioni di giornali antifascisti, la proibizione di tutti i partiti politici eccetto quello fascista. Eccetera, eccetera.

Ora, provate a mettervi nei panni di un italiano della Resistenza in quegli anni di guerra, di un partigiano: sei in uno stato di guerra da anni, la sofferenza fisica e psichica è enorme. Vivi un costante stato di stress, sai che in ogni momento, in ogni situazione, in ogni luogo, rischi di essere ucciso o dovere uccidere; e sai che potresti pentirti per ogni azione fatta o non fatta, ogni parola detta o non detta. È difficilissimo muoversi in quel contesto. Sicuramente commetterai degli errori, forse più gravi, forse meno gravi. Nella tua testa si fa strada la consapevolezza che per uscire dall’incubo della morte in cui ti trovi saranno necessari dei morti.

In Italia si contrappongono le violenze fasciste e antifasciste. Esiste anche la “zona grigia” (di cui parla Primo Levi), tra bene e male. La propria morte viene sdrammatizzata con l’atteggiamento assunto davanti alla violenza quale sbocco ineliminabile della scelta operata in nome di ideali politici e civili, cioè l’utilità della violenza legata alla giusta causa. È lecita per legittima difesa, il vuoto istituzionale lasciato dall’8 settembre ne crea le condizioni. Né i partigiani, né i nemici sono più protetti dall’anonimato. Apparentemente la violenza bellica sfocia in tecnica asettica, per la necessità di differenziarsi dal nemico. Ci sono tra fascisti e partigiani, comunque, alcune affinità (ad esempio il sangue visto come simbolo di purificazione). La rivendicazione di innocenza morale non si identifica solo con le ragioni della scelta fatta, ma anche con lo spargimento del proprio sangue (valore attribuito al sacrificio della vittima innocente). I motivi di rivolta sono miseria e dolore; il fascista violento non aveva più spazio per far crescere in sé l’uomo d’ordine che fin dalle origini portava in seno e che era destinato a realizzare con la sopraffazione altrui: non aveva più copertura dell’autorità costituita (violenza illegale protetta dalla giustizia).

Dall’opera di Claudio Pavone emerge, senza dubbio, la questione della violenza (a cui Pavone dedica un capitolo intero) e della sua paradossalità, specie nel contesto bellico. La Resistenza si muove fra due estremi: la violenza intesa come assoluta, e la non-violenza, a cui la Resistenza vorrebbe aspirare, ma si rende conto di non potere raggiungere completamente. La Resistenza non vuole essere violenta come lo sono i fascisti, anzi non vuole proprio essere violenta: tuttavia, deve esserlo, perché la violenza è insita in un conflitto bellico e “si trova dappertutto sul terreno di guerra”. Secondo Pavone, la Resistenza ha fatto un uso accorto della violenza, facendo capo ad essa solo quando tutte le altre possibilità erano state escluse. Tuttavia, la Resistenza qualche episodio controverso lo ha avuto. E vorrei mettere l’accento su alcuni di essi, almeno quelli che mi hanno colpito di più nel corso dei miei studi universitari.

I “danni” della Resistenza. Attacchi, rappresaglie, regolamenti di conti. 

Due episodi particolarmente dubbi, nel corso della parabola della Resistenza italiana, sono il massacro delle Fosse Ardeatine e i massacri avvenuti in Val di Chiana, in Toscana. Partiamo subito da una premessa: questi massacri non furono compiuti dai partigiani. Al contrario, ai partigiani si rimprovera – in un esercizio storiografico passato alla storia come la “memoria divisa“, ovvero le due versioni opposte di un evento assai tragico – di avere scatenato quei massacri. Il 23 marzo del 1944 i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) legati al Partito Comunista italiano, attuarono l’Attentato di via Rasella: attaccarono l’11a Compagnia del Polizeiregiment “Bozen”. I gappisti colpirono il reggimento con l’esplosivo e uccisero 33 soldati tedeschi e due civili italiani. L’attacco partigiano scatenò la rappresaglia nazifascista il giorno seguente: il massacro delle Fosse Ardeatine, dove vennero uccisi 335 civili e militari italiani. [5] Si discuterà a lungo di questi eventi in campo storiografico ed entrambi passeranno alla storia come, rispettivamente, un episodio controverso della Resistenza (l’Attentato di via Rasella) e un simbolo della durezza dell’occupazione nazifascista in Italia (l’Eccidio delle Fosse Ardeatine). Il secondo fu anch’esso un episodio controverso. Gli uomini di una banda partigiana locale, infatti, uccisero tre soldati tedeschi presso il Circolo Dopolavoro di Civitella, in Val di Chiana, la sera del 18 giugno 1944. Secondo altre ricostruzioni, due vennero uccisi e un terzo soldato gravemente ferito. Il quarto soldato riuscì a scappare e a riferire quanto successo. [6] Le truppe naziste risposero il 29 giugno con un massacro nel paesino di Civitella in Val di Chiana. La rappresaglia nazifascista si espanse anche nei paesini di San Pancrazio e Cornia. In quest’ultimo paese fu particolarmente tragica: se nei primi due comuni la furia nazifascista colpì gli uomini, a Cornia vennero uccisi anche donne, bambini e anziani. [7] La memoria, su quell’evento e sulla successiva rappresaglia, rimane appunto “divisa”:

Gli abitanti accusarono i partigiani locali di aver provocato le rappresaglie naziste con delle azioni inutili e rischiose (per i contadini la sparatoria in un locale avrebbe suscitato la tragedia), e anche di non aver difeso i paesini durante i massacri. (…) Per i superstiti si tratta dunque di una memoria che si erge contro una guerra partigiana sleale, incarnata da una banda incapace di lottare e soprattutto di proteggere i villaggi dai tedeschi. [8]

Per decenni si è discusso sulla necessità o meno di quegli attacchi partigiani, che scatenarono appunto rappresaglie nazifasciste.

Un altro evento che certamente mi è rimasto impresso nello studio della Seconda guerra mondiale in Italia è stato un regolamento di conti fra partigiani, avvenuto fra il 7 e il 18 febbraio 1945, e passato alla storia come l’Eccidio di Porzûs. In quest’occasione un gruppo di partigiani – in prevalenza gappisti legati al Partito Comunista Italiano – uccisero diciassette partigiani della Brigata Osoppo-Friuli, di stampo cattolico e laico-socialista. Le motivazioni dietro questo evento controverso rimangono tutt’ora incerte, e per molti l’attacco fu condotto in una più ampia volontà di relazionarsi al crescente movimento comunista jugoslavo e porre una parte dello stato italiano sotto il controllo della sovranità jugoslava. [9] Il caso più emblematico, ma a mio avviso meno indicato per indicare un eventuale danno causato dalla Resistenza italiana, è quello delle foibe. Ho dovuto studiarlo a fondo durante gli anni universitari. Tuttavia, non parlerò in modo approfondito di quegli eccidi. Mi limito a riportare un mio elaborato, citando me stesso:

Nonostante esistano dei punti di carattere secondario che rimangono divergenti, il fenomeno delle foibe può essere spiegato solo parzialmente come un “eccesso di reazione” [10], poiché a questa stessa interpretazione bisogna aggiungere la presenza di un preciso scopo politico e di una “violenza di stato”, messa in atto dall’emergente Movimento di liberazione jugoslavo, capeggiato dai comunisti. Le foibe non sono quindi l’espressione di un genocidio nazionale poiché nel periodo delle violenze vennero uccisi anche domobranci, ustascia e cetnici (per citare alcuni gruppi che non erano composti da italiani), che si opponevano all’emergere della potenza jugoslava comunista; d’altra parte, era presente una volontà propria del Movimento di liberazione jugoslavo di cancellare la classe dirigenziale precedente, in larga parte italiana, e anche la necessità di estirpare i segni di qualunque dominio italico passato, presente o futuro; oltre ai nazifascisti, vennero uccisi militanti antifascisti, anticomunisti, repubblichini, civili italiani e jugoslavi, e in genere le categorie che non volevano sottostare al dominio jugoslavo. Il fenomeno delle foibe non compare, alla luce di quanto detto, né come un massacro a carattere etnico, e nemmeno come una rivolta contadina incontrollata; non si può nemmeno ridurre il fenomeno ad una vendetta giustificata nei confronti dei vecchi oppressori. Esso assume piuttosto i tratti di un’esplosione di rabbia congiunta a una volontà di persecuzione, che si è espressa con una politica violenta e reazionaria, organizzata dall’alto. Ha purtroppo lasciato confusione dietro di sé anche un altro aspetto: quello del numero delle vittime, nei cui conteggi vengono spesso considerati anche i corpi che non vennero fisicamente ritrovati all’interno degli inghiottitoi.

Proprio perché sono giunto a conclusione che le foibe furono l’espressione di un’esplosione di rabbia congiunta a una volontà di persecuzione, ma organizzata dall’alto, non considero le foibe un fenomeno storico da attribuire direttamente e strettamente alla Resistenza italiana.

Su internet circolano altri episodi riguardanti la Resistenza italiana, alcuni piuttosto dubbi e non storiograficamente verificati. Sicuramente ve ne sono stati altri. Ho posto l’accento su quelli che mi lasciarono perplesso nel corso dei miei anni universitari.

36
Foto scattata al Warsaw Uprising Museum, il Museo della rivolta di Varsavia, visitato nel luglio 2012.

 

Come affrontare il dibattito, dunque.

A mio modo di vedere, gli episodi dubbi che hanno chiamato in causa i partigiani, avvenuti nel contesto della guerra di resistenza all’occupazione nazifascista, e nel periodo storico della Resistenza italiana, non possono essere messi sullo stesso piano delle violenze compiute dai regimi totalitari dell’Italia fascista e del Terzo Reich. La violenza di quegli stati era strutturale: specialmente nel periodo tra il 1943 e il 1945, i tedeschi attaccarono i civili seguendo due logiche: terrorizzare la popolazione civile per frenare l’aiuto ai partigiani e deportare civili per avere ulteriore manodopera in Germania (si veda anche l’episodio della Strage di Marzabotto). La guerra contro i civili, quindi, era una scelta strutturale della condotta tedesca. Gli episodi controversi che vedono coinvolti membri della Resistenza erano casi isolati, più o meno dubbi, nei quali certamente i partigiani hanno avuto delle colpe. Ora, la violenza è sempre violenza: da qualunque punto di vista la si guardi, indipendentemente da chi la esercita e da chi la subisce. Tuttavia, mi sembra esagerato criticare il 25 aprile, nonché i fondamenti della Costituzione italiana, nella quale sono specificati gli ideali antifascisti necessari a istituire la Repubblica italiana nel 1946. Piuttosto, quello che è corretto riportare al dibattito storico e alla sua dimensione storica, è l’esistenza di una storiografia che per lungo tempo è stata apologetica nei confronti della Resistenza italiana, che per decenni non ha trattato gli aspetti controversi della stessa. Questo non delegittima quella lotta, strenuamente necessaria. Ciò che piuttosto deve risultare chiaro, è che il dibattito deve essere condotto in sede storiografica e accademica. Spesso la politica (di qualunque schieramento) si avvale e fa propri argomenti storici che non conosce a fondo. I temi della Resistenza, dell’anticomunismo, delle foibe, dell’Eccidio di Porzûs, eccetera, devono essere discussi nel quadro di un lavoro accademico svolto in modo serio e accurato. Da qua, si evince la necessità di lasciare allo storico la sua posizione nella società, dal momento che spesso e volentieri, sia i media, sia le polemiche politiche hanno la tendenza a discutere questi temi con troppa superficialità e in modo semplicistico.

Va innanzitutto precisato che fino agli anni ’80, in linea di massima, il dibattito faceva capo ad una visione apologetica e agiografica della Resistenza (quella che Renzo De Felice definisce “vulgata filo- resistenziale”): i partigiani venivano visti come eroi, senza sé e senza ma, in quanto indiscutibili portatori di valori che avevano condotto alla rinascita dell’Italia dopo il tragico ventennio fascista. In questo contesto, la Resistenza era la logica prosecuzione e il coronamento del Risorgimento italiano, in grado di completare il processo ottocentesco di unità e indipendenza nazionale. (…) L’opera (di Pavone, ndr), in quegli anni, generò vivaci polemiche, proprio per l’uso di un termine, ‘guerra civile’, che molti, specie a sinistra, ritennero improprio, perché rischiava di mettere sullo stesso piano i vincitori e i vinti, con una maldestra operazione di revisionismo storico. Naturalmente, non era questo l’intento di Pavone, che parla, tra l’altro, di tre tipi di guerre che si sono tra di loro intersecate nella lotta partigiana: una guerra patriottica, di classe e civile. Fu una guerra patriottica, perché combattuta contro l’invasore nazista, la cui azione estremizzò all’ennesima potenza uno scontro tra due diversi modi di essere italiani: non è un caso che sia partigiani che saloini rinfacciassero al nemico di essere servi dello straniero (anglo – americano o tedesco che fosse) e traditori della patria. Fu una guerra di classe, almeno per comunisti e socialisti, in quanto andava contro quei ‘padroni’ che finanziarono il fascismo e ne consentirono il passaggio a dittatura ventennale, da semplice movimento minoritario qual era in origine. (…) E poi, guerra civile. Pavone puntualizza come l’uso di tale termine abbia incontrato ostilità e reticenza tra gli antifascisti, “tanto che l’espressione ha finito con l’essere usata quasi soltanto dai vinti fascisti, che l’hanno provocatoriamente agitata contro i vincitori”. Peraltro, questo aspetto non deve meravigliare: infatti, “i fascisti avevano sempre chiamato ‘antinazionali’ i loro avversari; e questi li hanno ricambiati espellendoli in idea – almeno quelli della Rsi – dalla storia d’Italia, se non addirittura dall’umanità.” (…) Per le parti in causa (ecco perché “guerra civile”), prosegue Pavone, “era una resa dei conti relativa non solo al lungo conflitto cominciato nel 1919, ma al modo stesso di intendere l’esser italiani”. Una spietata resa dei conti, dunque, che coinvolse i civili stessi, accusati dai nazisti e dai saloini di collaborare con i ‘banditi’ partigiani. In più, sul nostro paese gravava il fatto, agli occhi dei partigiani, che il fascismo fosse un’invenzione italiana. Ad alimentare la resa dei conti e lo strascico di odio che essa si porterà dietro contribuirono notevolmente la memoria del biennio rosso e dello squadrismo, della ventennale oppressione fascista, della recente guerra a fianco dei tedeschi. Peraltro, il fatto che si usi, per rendere ragione di questo periodo storico e per comprenderlo meglio, senza pregiudizi ideologici, il termine “guerra civile” non vuol dire mettere sullo stesso piano i combattenti e le loro ragioni: del resto, la storia ha dimostrato come la Repubblica democratica nata dalla Resistenza, pur con tutti i suoi limiti, sia qualcosa di decisamente migliore da un regime, quello fascista, che se avesse vinto sarebbe stato collaborazionista nei confronti di un’ideologia in grado di trasformare l’intera Europa in un immenso campo di concentramento. Non solo, ma come fa notare anche Rusconi, “la scelta partigiana è storicamente nel giusto perché ha come obiettivo un beneficio comune – sintetizzato nella democrazia – da cui trarrà vantaggio anche la parte avversaria (oltre che il resto della popolazione passiva- (cioè la grande maggioranza che non partecipò alla lotta). Tant’è vero che nel caso di una vittoria nazifascista non sarebbe accaduto così”. [11]

Nel dibattito storiografico, l’onesta intellettuale è fondamentale. Ho scritto questo articolo per dimostrare che la Resistenza italiana, e in particolare la storiografia ruotante attorno a essa, per decenni ha narrato una visione sicuramente ingigantita del fenomeno stesso, appunto apologetica. Il movimento resistenziale era dalla parte del giusto, ma si è macchiato anch’esso di qualche episodio dubbio, e inoltre era meno compatto ed omogeneo di quel che a lungo si è pensato. Tuttavia, questo non cambia a conti fatti il risultato finale, e non mette sullo stesso piano le ragioni, i combattenti, gli schieramenti. L’Italia, all’indomani della guerra di Liberazione, non si era svegliata totalmente compatta attorno ai partigiani: lo stesso movimento resistenziale era composto da forze eterogenee come i comunisti, i gollisti, gli anarchici, i democristiani, i socialisti, eccetera, che non avevano un’idea comune di patria condivisa da consegnare alla nazione. Lo stesso movimento di liberazione, inoltre, era minoritario: una grande parte della popolazione italiana rimase “passiva” all’interno del conflitto, decidendo di non partecipare con nessuna delle due parti in lotta. Decisero, in altre parole, “di restare amici di tutti e non aiutare nessuno”. Tuttavia, la guerra combattuta dalla Resistenza fu necessaria. Incarnava quegli ideali dei quali usufruiscono anche oggi coloro che si schierano nell’altra fazione. Penso che niente come questa citazione lo spieghi meglio.

La memoria storica, dunque, come fondamentale collante alla base dell’essere italiani. Una memoria storica in nome della quale deplorare quei ragazzi di estrema destra che in occasione delle celebrazioni dello scorso 25 Aprile hanno contestato un partigiano, affinché serva a far capire loro che, se è vero (ed inevitabile) che la storia è scritta dai vincitori, vi sono però vincitori che (pur passando attraverso significative omissioni e contraddizioni) la scrivono in modo ben diverso da come l’avrebbero scritta altri vincitori. Se quei ragazzi hanno potuto fare ciò che hanno fatto, è anche perché quel partigiano e i suoi compagni hanno combattuto, a suo tempo, per la libertà e la democrazia. Ecco perché è importante conoscere: per non ripetere certi errori tragici. Ecco perché quasi settanta anni dopo non c’è spazio (oggi no) per zone grigie e finte neutralità, che coincidono soltanto con bieco agnosticismo e pericoloso menefreghismo qualunquista. Senza cui non si costruisce nessuna memoria condivisa. [12]

[1] http://presidenza.governo.it/ufficio_cerimoniale/normativa/legge_19490527_260.pdf

[2] Per maggiori informazioni vedere: PAVONE Claudio, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, 1991. Da questo libro, che lessi al tempo del mio periodo universitario, trarrò vari spunti per scrivere questo articolo.

[3] Citazione tratta da un riassunto sull’opera di Pavone risalente al mio periodo universitario.

[4] Ibidem.

[5] http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza1.html; se cercate anche libri sul tema troverete moltissimo materiale a riguardo.

[6] Per maggiori approfondimenti vedere il libro: CONTINI Giovanni, La memoria divisa, 1997.

[7] Ibidem.

[8] Citazione tratta da un’analisi svolta da un mio collega storico, sempre in riferimento al libro di Contini. Vedere anche CONTINI Giovanni, I massacri di civili toscani nell’estate del 1944 e la loro memoria, in Annali del Dipartimento di Storia, Politiche della memoria, a cura di Anna Rossi-Doria e Gianluca Fiocco, n°3, 2007, Roma.

[9] Si veda l’opera a cura di BIANCHI Gianfranco e SILVANI Silvano, Per rompere un silenzio più triste della morte. Il processo di Porzûs. Testo della sentenza 30.04.1954 della corte d’assise d’appello di Firenze, Udine, 2012.

[10] La corrente storiografica dell’ “eccesso di reazione” sostiene che gli “infoibamenti”, le violenze scoppiarono anche per un concatenarsi e un accumularsi di sopraffazioni commesse dai nazifascisti e subite dagli jugoslavi durante l’occupazione; tuttavia questa corrente non è in grado di ridare al fenomeno la sua dimensione politica. Per questo motivo, a questa corrente sono corse in aiuto quelle successive, per completare il percorso di comprensione già avviato da essa. Soprattutto nella seconda metà degli anni ottanta per quel che concerne l’Italia, e nella prima metà degli anni novanta per quel che concerne la Slovenia (della prima storiografia appena citata, quella italiana, fanno parte anche gli autori Pupo e Spazzali che consiglio di leggere sul tema), sono emersi studi che hanno chiarificato e completato le dinamiche di queste complesse vicende. Consiglio queste due letture sul tema delle Foibe: PUPO Raoul, SPAZZALI Roberto, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003; TODERO Fabio, Foibe, in I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, nuova edizione aumentata, Laterza, Bari-Roma 2010, pp. 547-562.

[11] DOC. V B, La Storiografia della Resistenza.

[12] Ibidem.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: