“Il prossimo è facile odiarlo – se sei forte amalo che a fare stragi siamo tutti Capaci”

Nell’agosto del 1985 i giudici del pool antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, trasferiti con le loro famiglie sull’isola dell’Asinara, in Sardegna, per questioni di sicurezza, scrivono e concludono l’ordinanza-sentenza per il cosiddetto Maxiprocesso, il primo vero processo alla mafia della storia. Prima di allora, la mafia veniva trattata come “un’invenzione giornalistica” e i processi che vedevano imputati mafiosi finivano spesso nel nulla, dato che non esisteva una legge per punirli, se non quella generica per “associazione a delinquere”. La prima legge viene introdotta il 13 settembre del 1982, la n. 646/1982, chiamata “Rognoni-La Torre”, che introduce nel codice penale l’articolo 416 bis (delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso), legge che prendeva il nome dai suoi promotori e in particolare Pio La Torre, segretario regionale del partito comunista in Sicilia, ucciso da un commando mafioso il 30 aprile 1982.

L’ordinanza-sentenza per il Maxiprocesso è composta da 8608 pagine e oltre 610’000 documenti probatori allegati. Gli imputati sono 475, dei quali moltissimi verranno condannati: 346 condanne (74 in contumacia), fra cui 19 ergastoli, un totale di 2665 anni di carcere e 11,5 miliardi di lire di multe. Le assoluzioni furono 114.

Al momento dell’istituzione del Maxiprocesso non esisteva un’aula grande a sufficienza per ospitarlo. Venne quindi costruita appositamente l’Aula Bunker (di fianco al carcere dell’Ucciardone a Palermo), in soli sei mesi, facendo lavorare 120 persone tutti i giorni dalle 6.00 alle 22.00, anche di domenica. L’aula venne provvista di sofisticati sistemi di sicurezza, porte blindate e vetri antiproiettile per evitare attentati e fughe, mentre il soffitto fu costruito in modo che potesse resistere ad attacchi aerei.

Oltre agli imputati, il Maxiprocesso vide la presenza di 900 testimoni, 200 avvocati difensori, 16 giudici popolari (il numero venne aumentato per paura di rinunce e attentati), 3000 agenti di polizia e 600 giornalisti. Il Maxiprocesso era e rimane ad oggi il più grande processo penale mai celebrato al mondo.

Le menti dietro il Maxiprocesso sono Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto, ma soprattutto Giovanni Falcone.

Falcone, che è in quel momento il magistrato più famoso d’Italia, è anche il numero uno quando si tratta di lotta alla mafia.
Oltre al Maxiprocesso, è fondamentale il suo contributo, anni prima, nello smascherare la Pizza Connection, un traffico di droga fra gli Stati Uniti e la Sicilia, chiamato così perché le pizzerie italo-americane venivano usate come luogo di copertura, scambio e di affari.

Falcone è il magistrato che tutto il mondo invidia all’Italia: collabora con la giustizia francese, quella britannica, quella statunitense, quella svizzera.

Eppure, paradossalmente, è proprio in Italia e soprattutto in Sicilia che incontra le maggiori inimicizie. Il destino di Falcone era quello di essere criticato per qualunque cosa facesse, anche se questa era al momento la migliore o la più sensata mossa possibile.

Durante il periodo del pool antimafia, a lui e al giudice istruttore Rocco Chinnici viene rinfacciato il fatto che le loro indagini stanno mettendo in ginocchio l’economia della Sicilia. Prima del Maxiprocesso gli viene rinfacciato che il processo è troppo grande e complicato per essere attuato. Alla successione di Caponnetto nel 1988, quando tutti sapevano che l’erede naturale doveva essere lui, dopo la chiusura della sentenza di primo grado del Maxiprocesso, gli viene preferito Antonino Meli per “ragioni d’età”: quello è il momento in cui Falcone capisce che è stata decretata la sua condanna a morte.
Nel giugno 1989 scampa ad un attentato alla villa dell’Addaura, assieme ai giudici svizzeri Claudio Lehmann e Carla Del Ponte, che stanno indagando con lui sui traffici bancari legati al traffico di droga, che passa anche attraverso la Svizzera. Nello stesso mese al Palazzo di Giustizia di Palermo iniziano a circolare delle lettere anonime, le “lettere del Corvo” come le definiranno i giornalisti, firmate genericamente e misteriosamente da qualcuno che lo accusa di comportamenti spregiudicati e immorali: è il preludio di quanto gli era stato riferito dal pentito di mafia Tommaso Buscetta diversi anni prima, durante l’interrogatorio precedente al Maxiprocesso: “la distruggeranno prima nell’immagine e poi fisicamente”.

Va quindi a lavorare a Roma per cercare un po’ più di serenità.
Nel 1991 a Samarcanda, programma condotto da Michele Santoro, i colleghi Leoluca Orlando e Alfredo Galasso lo attaccano pubblicamente dicendo che deve andarsene dai palazzi ministeriali.

Tornato a Palermo e a un passo dall’essere nominato super-procuratore antimafia, dopo avere passato praticamente tutta la vita adulta vivendo blindato in casa, in ufficio o in auto con la scorta, alle 17.58 del 23 maggio 1992 Falcone salta in aria con una gigantesca carica esplosiva di tritolo posta sotto l’autostrada tra Trapani e Palermo, all’altezza dello svincolo autostradale di Capaci. Muoiono con lui la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Tutti sanno che la condanna a morte venne eseguita dagli uomini di Cosa nostra, capitanati dal capo dei capi Salvatore Riina. Ben pochi hanno il coraggio di dire chi furono i veri mandanti dietro la sua morte, ovvero una parte degli uomini dello stato, per cui lui e i nemici della mafia erano diventati un ostacolo da abbattere.

23.05.1992

Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe.

Non perdoniamo e non dimentichiamo.

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Una mia foto scattata ad Alcamo, nel 2005. La frase che si legge sul muro è stata attribuita, negli anni, a entrambi i giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Probabilmente proviene da un interrogatorio tra Falcone e un pentito di mafia durante il periodo del Maxiprocesso. 

“C’è tutta una filosofia, nelle parole di Mori. Che va ben oltre il suo pensiero. È l’atteggiamento dello Stato italiano, che ha sempre dichiarato di voler “combattere la mafia”, mai di volerla sconfiggere: al massimo, per contenerla quando alza troppo la cresta. Per sconfiggerla bisognerebbe dichiararle guerra e poi vincerla. […] Ma ormai cancellarle del tutto con un tratto di penna è impossibile, perché i racconti di Ciancimino, insieme a quelli di Spatuzza, di Brusca e di alcuni nuovi pentiti, hanno risvegliato improvvisamente la memoria di molti uomini dello Stato, rimasti finora muti come tombe: da Martelli alla Ferraro, da Mancino a Violante, da Conso a Capriotti, da Nicolò Amato a Scalfaro, è tutto un ricordare a rate e a scoppio ritardato, all’inseguimento delle rivelazioni di Ciancimino & Co., di solito, quando proprio non se ne può più fare a meno. Memorie presbiti e postdatate che si rischiarano all’improvviso, rammentando fatti e particolari taciuti o negati per diciotto anni, e ora tornati alla mente molto più chiari e più limpidi di quando erano appena accaduti. Il muro di omertà cementato dai silenzi di Stato e di mafia comincia a sgretolarsi. Ma attenzione: non grazie ai politici e agli uomini delle istituzioni; bensì grazie ai mafiosi e ai figli dei mafiosi. Ma non poniamo limiti alla Provvidenza, non è mai troppo tardi. Chissà che, prima o poi, dopo la mafia si penta anche lo Stato.” – TRAVAGLIO Marco, È Stato la Mafia, Chiarelettere, pp. 96-97.

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